foto di H.C. Bresson

Da quando siamo bambini, prima ancora di andare a scuola, sin da quando abbiamo i primi rapporti umani, familiari e amicali, gli adulti cercano di spiegarci l’importanza e il senso del perdonare qualcuno che abbia commesso un errore, più o meno percepito come tale, nei nostri confronti. Eppure, osserviamo facilmente vere e proprie storture nelle relazioni umane, dovute alla mancata accettazione degli altri e dei relativi limiti. Che, da ultimo, non indicano altro se non la mancata accettazione di noi stessi e dei nostri limiti. Come in tutte le vicende sociali, un peso tanto rilevante quanto sottovalutato è da attribuirsi al linguaggio e al significato autentico delle parole, che spesso viene soppiantato da un uso comune e da un significato che ne risulta, per certi versi, distorto. Appare quanto mai utile, quindi, analizzare con una certa profondità il valore del termine “perdonare”.
Perdóno è un vocabolo che non deriva dal latino e, come il verbo perdonare, non esiste su alcun vocabolario latino. Il termine è stato coniato per la prima volta in lingua volgare, ossia in italiano arcaico. Storicamente, il primo ad usarlo lasciandone traccia fu Francesco D’Assisi, al ritorno dalla Crociata d’Egitto; egli, uomo di grande levatura spirituale, prima e oltre che culturale, scrive per la prima volta intorno al 1200 «Beati quelli che perdonano per lo Tuo Amore».
Le tradizionali traduzioni latine dei Vangeli riportano in più di una frase il verbo in questione, ad esempio «Perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Occorre però specificare che il verbo latino non è mai perdonare, bensì ‘remittere’, rimettere, che significa allontanare, mandare via, staccare.
È singolare che il verbo perdonare abbia assunto, nel linguaggio comune, il significato