alda_merini

Peppino Impastato, studente rivoluzionario che si opponeva alla mafia, se ne andò alla ferrovia, iniziò a sbattere la testa contro un sasso, sporcando di sangue tutto intorno, si fasciò il corpo con il tritolo e saltò in aria sui binari. Suicidio.

Guseppe Pinelli, anarchico, volò dalla finestra della Questura di Milano. Suicidio.
Giangiacomo Feltrinelli, editore libero, saltò in aria sui tralicci dell’ENEL. Suicidio.
Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista, intellettuale scomodo che contrastava i poteri forti, indipendente, omosessuale, fu massacrato e torturato all’idroscalo di Ostia da una persona sola, in concorso con altre rimaste ignote. Omicidio preterintenzionale (involontario, per capirci).
Stefano Cucchi, tossicodipendente, torturato da nessuno. Tutti assolti.

Noi dimentichiamo il passato che ci ripugna, ma la giustizia molte volte nella storia non ha fatto giustizia. “Summum ius summa iniuria” è un brocardo antichissimo del diritto romano. Tradotto significa che l’applicazione minuziosa delle disposizioni di legge spesso conduce all’ingiustizia massima. Ciò che noi sentiamo, quel sentimento di ingiustizia che va oltre la apparente “regolarità” del processo, gli antichi romani lo definivano, in gergo, diritto di natura.

Per natura, infatti, l’uomo si indigna; ma aggiungo, per natura, l’uomo fallisce. Occorre tenere presente che le persone a volte sbagliano inconsapevolmente, a volte fanno in modo di creare un errore, truffandoci. Ci sono casi di insufficienza di prove perché non ci sono elementi tali da essere considerati probanti e casi in cui le indagini sono manipolate ad hoc e le prove sono insufficienti perché chi doveva cercarle ha fatto in modo di non trovarle o di nasconderle. Non sarebbe la prima volta e non sarà l’ultima.
Si è così ciechi, però, da non vedere che ci si indigna perché non si hanno colpevoli su cui sfogare la rabbia e si è tanto ciechi da non voler far parte di quella massa che si beve le sentenze ingiuste, per poi finire nell’altra massa che pretende per chi ha ucciso la pena di morte, non vedendo la contraddizione di ammettere, caldeggiandolo, lo stesso delitto per il quale ci si era scandalizzati in origine.  Così si crea l’uomo buono e l’uomo cattivo.

L’uomo che può essere ucciso e quello che merita di vivere. Ma noi chi siamo per dirlo.
Gli uomini possono fare giustizia applicando le leggi con coscienza, ma non è dato loro il potere di esprimere giudizi morali. Non ci è dato tale potere, anche se nella maggior parte dei casi si pensa di poterselo arrogare, trasformando il mestiere del giudicare in un potere di giudizio morale. Questo rappresenta, per me, la deriva massima della società. Occorrerebbe, dunque, fare il grande sforzo di fare giustizia senza giustiziare.

Chiudo con il commento illuminato di un grande scrittore, perché ne condivido profondamente il profondo senso:

«Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l’aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine partita.
I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia data in dotazione alla gerdarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato». (Erri De Luca)


di Chiara Longo