Visione globale, nella dimensione locale. Quando all’ideologia del nuovo sfugge il possibile, e si affida al necessario.

fiore nel deserto

Era una comunità vittima delle scellerate scelte politiche di personaggi molto poco competenti, miopi ad una politica che migliorasse le condizioni di tutti.

Poi l’avvio di un percorso civico messo in pratica da una minoritaria componente politica che riconoscendo la propria parzialità metteva finalmente al centro i cittadini. Così arriva il cambiamento, quello di cui una comunità aveva bisogno: i cittadini lo votano e credono nella guida di una neo-comunità politica che possa realmente cambiare le sorti del paese. Una politica che riporta la speranza di un progetto nuovo e soprattutto di cambiamento.

Quel processo civico é stato portatore di un doppio risultato, il secondo, forse ancora più importante del primo: genera un entità terza, di congiunzione tra istituzione e politica, e politica e società: riesce a generare il risveglio di una coscienza politica e sociale che costituisce spazio e tempo di democrazia.

Ma, con il tempo, l’orologio geologico del nuovo processo si inverte.

Il processo civico diventa proprietà di un partito, quello spazio e tempo di democrazia si annulla progressivamente fino a scomparire, non si riconosce più quel popolo che ha dato esistenza a quella neo-comunità politica. Quel processo diventa personale. Diventa proprietà privata di qualcuno.

E’ così che viene eretto il mito del nuovo, e allo stesso tempo la sua effimera ideologia. Da li nasce la politica delle scelte obbligate. Una politica che si rimangia la pratica della partita e rievoca quella del partito come qualcosa che è contenuto in una singola persona, anziché protagonismo collettivo dei tanti.

Invece il senso, soprattutto ora, doveva essere la manifestazione del potenziale.

– Come dice Stefano Bartezzaghi – c’è una politica che tiene conto delle alternative che sono in gioco, che mette al centro il dominio della scelta e soprattutto il fatto che la scelta non è mai obbligata ma sempre orientata. Questa è la politica del possibile. Una categoria che costruisce «un senso comune sulle scelte, per perseguire un nuovo non mitologico, non univoco, non buono perché nuovo, ma buono perché finalmente possibile.»

Di Robert D’Alessandro
– attivista Possibile – 
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