Matrimoni omosessuali: perchè in Italia no

omosessualiMATRIMONI OMOSESSUALI:

PERCHÉ IN ITALIA NO?

Vicenda che ha fatto molto discutere l’ opinione pubblica, negli ultimi tempi, è stata quella di Bruno Boileau (30 anni) e Vincent Autin (40 anni): due ragazzi francesi che, dopo tanto tempo e tanta attesa per una legge soggetta ad un iter di approvazione molto lungo, hanno coronato il sogno di sposarsi civilmente, al municipio di Montpellier, di fronte a familiari ed amici evidentemente commossi per l’ avvenimento. Bruno e Vincent hanno potuto fare ciò grazie alla legge Taubira (ministro della giustizia francese), promossa dal presidente della Repubblica francese Hollande e approvata dall’ Assemblea Nazionale, il 23 aprile 2012, con 331 voti favorevoli e 225 contrari.

La suddetta data è stata definita “la più grande riforma della società in Francia, dopo l’ abolizione della pena di morte del 1981”, ma a questo punto una domanda sorge spontanea: dato che la Francia è stato il quattordicesimo Paese al mondo ad aver approvato le nozze gay, quando (e se) arriverà il momento della nostra Italia? Quali sono, nel nostro Paese, gli ostacoli giuridici che impediscono a persone come Bruno e Vincent di potersi sposare?

Facendo una premessa, bisogna sottolineare che la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo (CEDU, art. 12: “l’ uomo e la donna hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto”), la Carta di Nizza (art. 9, il quale non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso) e le diverse risoluzioni del Parlamento Europeo hanno sancito, per molti anni, la necessità di evitare discriminazioni, sulla base dell’ orientamento sessuale, nel diritto ad avere una famiglia. Nonostante ciò, tali Carte rimettono alla discrezione dei singoli stati membri dell’ Unione Europea il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto.

D’altro canto, risulta essere emblematica la sentenza della Corte Costituzionale n. 138 del 15/04/2010 (con le due ordinanze seguenti), alla quale si rimetteva la questione di legittimità costituzionale concernente l’esclusione delle coppie omosessuali dall’accesso all’istituto matrimoniale, così come disciplinato dall’ordinamento italiano. In ciascuna occasione, l’incidente di costituzionalità è originato dal diniego di pubblicazioni matrimoniali opposto da ufficiali dello stato civile a coppie di cittadini del medesimo sesso; diniego motivato in ragione dell’indefettibilità del requisito della necessaria diversità di sesso tra i coniugi che connoterebbe il matrimonio disciplinato dal titolo VI del codice civile. In particolare, i giudici ricorrenti hanno evocato a parametro gli articoli 2 (riconoscenza de diritti inviolabili dell’uomo), 3 (pari dignità sociali dei cittadini e loro uguaglianza dinanzi alla legge; c.2: rimozione, da parte della Repubblica, di ostacoli che limitano libertà e uguaglianza dei cittadini), 29 (famiglia come società naturale fondata sul matrimonio; c.2: matrimonio fondato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi…evidentemente non esiste alcun riferimento ad un’ uguaglianza o disuguaglianza sessuale dei contraenti matrimonio) e 117 co.1 della Costituzione (quest’ultimo violato visto il mancato regolamento dell’ordinamento italiano alla Carta di Nizza e alla CEDU, quali sistemi che non riconoscono limitazioni di sesso in relazione al diritto di sposarsi e formare un nucleo familiare).

La risposta della Corte Costituzionale è stata molto chiara: premettendo che il matrimonio civile, così come configurato nell’ordinamento vigente, riguarda unicamente “l’ unione stabile tra uomo e donna”, quale paradigma di “una consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio” (il riferimento alla consuetudine è più che evidente), lo scrutinio su cui la Corte si incentra riguarda la presunta violazione dei suddetti articoli della Costituzione:

art. 2: tra le “formazioni sociali ove si svolge la personalità dell’uomo”, la Corte Costituzionale inscrive anche l’ unione omosessuale, ammettendo che essa debba essere regolata con una disciplina di carattere generale, la quale non deve rinvenire nell’istituto matrimoniale il proprio unico ed esclusivo modello di riferimento. Spetta al Parlamento occuparsi di suddette norme di carattere generali regolanti le unioni in questione;

art. 117: la questione sulla violazione di tale articolo è considerata inammissibile, perché, analizzando le fonti internazionali e della giurisprudenza, la Corte reputa la materia appartenente alla discrezionalità del legislatore.

In riferimento alla limitazione della sovranità a beneficio delle norme di diritto internazionale, la Corte Costituzionale seleziona, in base al principio di specialità, le norme internazionali rilevanti al giudizio di legittimità: individua, dunque, gli articoli 12 della CEDU e 9 della Carta di Nizza, prevedendo essi il diritto di sposarsi e formare una famiglia, ma non vietando né imponendo la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso;

art. 29: in primo luogo la Corte costituzionale esclude la “cristallizziazione” di concetti come famiglia e matrimonio, che variano col variare dei costumi della società nel tempo. Nonostante ciò, l’ esegesi dei termini “non può spingersi”, secondo l’ opinione del Giudice della legge, “fino al punto di incidere sul nucleo della norma, modificandolo in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerate in alcun modo quando fu emanata”. La Corte, in poche parole, conclude che l’ articolo in questione si riferisce unicamente al matrimonio eterosessuale, dal momento che gli stessi costituenti non ebbero modo alcuno di considerare le unioni omosessuali, avendo il riferimento esclusivo dell’istituto disciplinato dal codice civile del 1942.

Stesse conclusioni sono state fatte in vista del comma 2 di tale articolo, il quale riferisce il principio di eguaglianza morale e giuridica all’allora squilibrata posizione della donna all’interno della società e della famiglia;

art. 3: una volta dimostrato che l’ art. 29 della Costituzione si riferisce unicamente al matrimonio eterosessuale, cade la prospettata violazione di tale articolo, non potendo predicarsi l’irragionevole discriminazione in danno delle unioni omosessuali, dato che esse “non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”. D’ altro canto, equiparare alle unioni eterosessuali quelle di fatto costituirebbe, per alcuni giovani, un incentivo per dichiarare la loro fantomatica unione e, così facendo, approfittare degli aiuti economici e delle provvidenze, ex art. 31 della Costituzione, che lo Stato fornisce tuttora alle famiglie (in particolare quelle numerose) per agevolarle nei “compiti relativi”.

Una volta specificato il parere della Corte Costituzionale, evidentemente contrario ai matrimoni omosessuali, ma incline ad una regolamentazione della coppia gay, intesa come “formazione sociale” ex art. 2 della Costituzione, un ultimo riferimento occorre farlo al parere della Chiesa sulla questione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, il quale, per quanto non vincolante per le decisioni delle istituzioni italiane, ha un peso non irrilevante all’ interno dell’opinione pubblica. In particolare, dopo il matrimonio di Bruno e Vincent, Benedetto XVI (il quale, già il 21 dicembre 2012, al suo discorso alla Curia Romana, definiva il matrimonio gay come un “attentato alla famiglia”) ha scritto come ad essere in gioco non è solo la famiglia ma ”ciò che in realtà significa l’essere uomini”, dal momento che la profonda erroneità di questa “rivoluzione antropologica” porta l’uomo a pensare di poter creare da sè la “propria natura”.

In conclusione, possiamo ammettere che, evidentemente, la decisione della Corte Costituzionale si basa su una supposizione, riguardante un presunto riferimento dei costituenti ai soli matrimoni eterosessuali, al momento della scrittura della Costituzione, della quale non avremo mai la certezza. A prescindere da quanto ritiene la Chiesa, un’ opinione accorda tutti i giuristi, i legislatori italiani e la Corte Costituzionale stessa: la nostra Costituzione ha una grave lacuna riguardante non una disciplina del matrimonio omosessuale (questione tuttora discussa), ma una disciplina generale che regoli e tuteli la coppia omosessuale. La nostra unica speranza, da futuri giuristi, è che tale materia possa essere regolata in modo corretto e non sacrificando taluni diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino; da uomini e donne, solidali e tolleranti, possiamo sperare che tutte le coppie omosessuali, in un immediato futuro, possano trovare, anche nel nostro Stato, la stessa felicità che Bruno e Vincent hanno trovato nel loro.

Maurizio Nicchiarico

Revisore: professor Michele Troisi
(docente di diritto costituzionale presso le facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Unisalento)

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