Il Paese dei balocchi di Marco Antonio Romano

Marco Antonio Romano; foto di Giuliano Sabato

Mohammed vive qui a Gallipoli da non so quanti anni. Tanti, non so quanti. D’inverno ha un carretto con cui gira i paesi qua intorno, si ferma nei mercati di paese o nelle feste patronali, provando a vendere suppellettili e, appesi a due staffe che si è costruito e montato con dedizione, parasole, plafoniere e dei bellissimi abiti provenienti dalla sua terra d’origine, il Marocco. I pochi denti che ha in bocca non gli impediscono di sorridere, mentre gli racconto di un Progetto contro il razzismo di qualche mese fa e gli dico “Se ti avessi conosciuto prima ti avrei invitato a cucinare le cose del tuo paese!
E lui mi risponde che si, sa cucinare bene, peccato, “a la prosima che fai io vengo i cuscino, sensa problemi, per tutti“.
Poi, mentre parliamo, mi dice che d’estate cambia qualcosa nel suo lavoro. Sempre lo stesso carretto, ma se ne va in giro sui lidi del litorale di Gallipoli a vendere tutto quello che può servire per il mare, kaftani, cappelli, occhiali, palloni. “Il carretto è pesantissimo“, mi dice, “e le ruote affondano nella sabbia, poi sotto il sole non è fascile spingerlo. Ma lo devo fare“.
E improvvisamente ho un flash, qualche anno fa, nel giorno di ferragosto. Un amico mi trascina su un lido famoso di Gallipoli, sgomento di me stesso per aver accettato l’invito. Sacramentare per trovare parcheggio è ben poca cosa, di fronte alle implorazioni che mando alla divinità davanti alla bolgia che ci attende. La spiaggia è un girone infernale, non si può camminare, ma che dico camminare, non si può respirare. Gomiti nei fianchi, piedi pestati, sudore e per terra un manto di bottiglie di birra e lattine, e centinaia, forse migliaia di cannucce, musica disco sparata oltre il muro del suono.
E il mare lì, tristemente saccheggiato e violentato da orde di corpi distratti, che nemmeno lo guardano, rivolti come sono, spalle al mare, verso il bar, verso il dj e verso le ballerine in alto, messe lì a sempiterna memoria che noi siamo ggente che si diverte e baila baila e il culo, il ciuffo e lo style sono the new dolce stil novo.
E sul far del tramonto, quando qualcuno, ubriaco, si trascina via e la distesa di birre appare più netta sul tappeto di sabbia, scorgo un uomo, alle prese col suo carretto. Le ruote che affondano nella sabbia e non riesce a smuoverlo, e come se non bastasse non ce la fa a procedere con le bottiglie che fanno da ostacolo, infilate nel canale sotto le ruote. Lo vedo da lontano e mentre ricordo quella scena, in quell’istante realizzo che era Mohammed. Nel ricordo mi avvicino, lui prova disperatamente a spingere, è stanco per lo sforzo di provare a smuovere quel negozio ambulante, tutta la sua ricchezza. E non un solo ragazzo, non un uomo che gli vada incontro, accanto, a dargli una mano. Lo guardano tutti, qualcuno tra i più intelligenti, lo sfotte e gli ride dietro con la faccia da perfetto coglione con l’occhiale specchiato e un Sexinthe”bitch”demammasa nella mano.
Un cane. Un solo cane che in quell’inferno dia una mano a quel povero diavolo. Ci avviciniamo, io e il mio amico, e gli solleviamo il carretto, spostandolo dal canale di sabbia in cui era sprofondato, e lui ci ringrazia, con pochi denti in forma di sorriso. Lo aiutiamo a rimetterlo in marcia, mentre il mondo distratto muove il culo a ritmo di musica, i piacioni muscolati ci provano ancora con le amichette seminude e i camerieri al bancone si fanno il culo a rispondere gentili al migliaio di bamboccioni che pretendono ciascuno di essere servito per primo rispetto agli altri 999.

Vai, Mohammed, vattene da qui, da questa spiaggia, da questa Italia diventata come il mondo, un posto di mmerda dove uno spot del governo ti accusa di togliere i posti di lavoro perché vendi contraffatto e alimenti la mafia.
Tu, che hai solo il tuo cazzo di carretto, mentre la mafia, quella vera, siede in giacca e cravatta sugli yacht, e se la ride di te, di me, di noi e di quel migliaio di giovani che ballano come nel migliore girone dell’inferno: il girone di chi non vuol vedere l’inferno e lo scambia per paradiso.
Ciao Mohammed. Dammi un accendino.

Condividi questo Contenuto

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.